venerdì 7 dicembre 2012

C'era una volta il Canto di montagna - di G.Vacchi

Un'interessante punto di vista del maestro Vacchi preso dalla rivista quadrimestrale dell'AERCO "Farcoro" - Uno 94

Comincia come una favola, questo nostro scritto, perché per molti giovani parlare di canti di montagna è come raccontar favole: "si dice che un tempo in Italia tutti i cori cantavano canti di montagna", cosi ho sentito dire da alcuni giovani coristi. Per i più vecchi è un'altra cosa, perché molti l'hanno vissuta l'era del canto di montagna, e sanno quindi di che si parla; o almeno conoscono alcuni termini della questione. Comunque riprendiamo l'argomento, perché anche fra alcuni vecchi c'è tuttora confusione, e inoltre può essere l'occasione buona per dare qualche notizia a chi qualche decennio fa non c'era.
Prima degli anni trenta esistevano, grosso modo, in Italia tre tipi di cori: quelli polifo­nici (non molti) interpreti della polifonia sacra e profana, specie rinascimentale (spesso espressione di qualche "Accademia" o società musicale); quelli di tipo "Orfeonico" (ereditati dalla cultura francese), con repertorio più vario, ma principal­mente legati alle pagine corali dei melodrammi (presenti nelle maggiori città); poi quelli nati per fornire un "servizio" nelle chiese, interpreti naturalmente di musiche sacre dal rinascimento in poi (operanti in numerosissime chiese, e non solo nelle cattedrali).
In tutti e tre i tipi di coro, prima ricordati, aveva un peso rilevante la figura del Maestro: lui infatti doveva leggere e conoscere la "partitura" per poterla poi insegna­re ai coristi, quindi passava alla successiva operazione di "concertazione" e, in seguito, di direzione. Non si dimentichi, inoltre, che sovente le esecuzioni dei cori citati prevedevano l'uso di strumenti di accompagnamento (i più usati, naturalmente, erano il pianoforte e l'organo) il che comportava la presenza di professionisti o comunque di esperti: i Maestri, appunto.Dobbiamo aspettare l'anno 1926 per vedere nascere una nuova tipologia di coro: con la S.A.T. di Trento inizia la sua carriera il coro a voci virili d'ispirazione popolare, il "Coro di montagna". Queste le sue caratteristiche: una dozzina di elementi maschi­li, poca (o nulla) la competenza musicale ( però buona voce, buon orecchio e buon gusto), conoscenza di melodie popolari della zona trentina, abilità nell'improvvisare almeno due "voci" sotto la melodia (quasi sempre la "terza" sotto il tema, un basso con le note fondamentali dei tre o quattro accordi usati e inoltre, più raramente, una quarta voce che riempia gli eventuali vuoti). A questo si aggiunge la ricerca della massima fusione timbrica (la vocalità è quella un po' cupa che meglio amalgama le voci, con le note acute cantate "di testa", e senza eccessiva escursione dinamica). Era, fondamentalmente, la maniera di cantare usata spontaneamente dalla gente delle valli trentine. Se a questo si aggiunge che i primi componenti della SAT erano fanatici della montagna, è facile capire perché si parlò subito di "canti di montagna". Queste le caratteristiche del coro della SAT alla nascita e nei primissimi anni di vita: ma fu l'apporto di un musicista (anche se dilettante) che permise, negli anni succes­sivi, la grande diffusione di questo tipo di coralità: parliamo di Luigi Pigarelli, di pro­fessione magistrato ma buon musicista, che iniziò la elaborazione corale (o armoniz­zazione, come sempre più spesso venne chiamata) di innumerevoli melodie secon­do i suggerimenti impliciti in quelle spontanee scelte fatte dal primo gruppo di coristi SAT. Quella linearità nella stesura delle parti divenne la prassi prevalente nella ricer­ca armonica ed espressiva degli anni futuri, confermata ulteriormente dalle elabora­zioni di Antonio Pedrotti, (altro armonizzatore per il coro della SAT nei primi anni) coerenti alle linee-guida di Pigarelli.
Nel 1935 viene pubblicata una raccolta che contiene i primi "canti di montagna" del coro trentino e presto seguiranno le incisioni discografiche; ma la guerra che sta per abbattersi sull'Europa congelerà questa ascesa corale per alcuni anni. Nell'immedia­to dopoguerra, con la voglia di nuovo che soffia sul nostro paese, rinasce anche il desiderio di musica, in particolare di quella di gruppo: moltissimi giovani (specie dell'area cattolica) scoprono la "montagna" e il "canto di montagna", con i suoi conte­nuti "morali" legati alla natura, alla semplicità della vita, al rispetto del creato, alla solidarietà. E scoprono che la nuova maniera di "far musica" non è difficile: bastano pochi giovani di buona volontà (solo uomini, però: per le donne è ancora difficile uscire di casa la sera per dedicarsi ad un hobby), uno che sappia leggere un po' le note (basta pochissimo) e che insegni le "parti" cantandole dieci, cento volte, finché tutti le abbiano imparate. Il resto, cioè l'interpretazione, lo si otterrà col semplice metodo di imitare il modello con la maggiore fedeltà possibile: per questo le prime edizioni discografiche della SAT diventeranno preziose.
Così, in tutta Italia, scoppia il "boom" dei "canti di montagna": i gruppi nascono come funghi, quasi tutti hanno al massimo trenta elementi, spesso molto meno (i più vec­chi ricorderanno il "Sestetto Penna Nera" di Roma che ascoltavamo alla radio negli anni cinquanta) e tutti a cantare le stesse cose, e alla stessa maniera. Salvo qualche eccezione; e proprio grazie a queste, ecco le prime discussioni, i primi dubbi su que­sti "canti di montagna". Inoltre alcuni di noi avevano iniziato ad interessarsi di cultura popolare, quindi anche di canto popolare: qualcuno poi, avendo cominciato a ricer­care e raccogliere i canti della propria zona, era già in grado di fare raffronti e scopri­re analogie e differenze. Così appariva sempre più evidente che in ogni regione, pur incontrando filoni che attraversavano aree molto più vaste, mutavano le caratteristi­che dei canti; diversa la vocalità con cui venivano espressi, con la presenza o meno di melismi e abbellimenti, e con diverse propensioni nel privilegiare certe scelte armoniche (quando si trattava di espressioni corali) piuttosto che altre.Ecco perché ci sembrò limitante la scelta generalizzata della metodologia "SAT" applicata sempre e dovunque: mi spiego. Nel volume guida della SAT "Canti della montagna" scoprivamo esserci canti piemontesi, valdostani, lombardi, laziali ecc., tutti proposti con le medesime caratteristiche melodiche e armoniche; dai dischi inol­tre ascoltavamo le stesse scelte timbriche e vocali per canti che, cosl diversi fra loro proprio perché provenienti da mondi molto lontani e diversificati, avrebbero invece dovuto farci apprezzare espressività diverse a seconda dei luoghi d'origine. Era così cominciato il grande equivoco, per cui moltissimi furono portati a convincersi che "tutti" quei canti erano canti "di montagna" e andavano cantati alla stessa maniera.
In maniera non molto dissimile vedemmo crescere la confusione fra "canti alpini" (provenienti da diversi luoghi delle Alpi) e "canti degli alpini" (quelli cioè tratti dal repertorio dei diversi battaglioni di alpini, classificabili piuttosto come canti "militare­schi", spesso derivati anch'essi da temi popolari di varie zone e consolidati in una certa forma dall'uso prolungato fatto dalle "penne nere"). Anche per questi ci fu la tendenza ad uniformarli e catalogarli tutti assieme sotto il titolo di "canti degli alpini", indicendo perfino convegni in difesa "del vero canto alpino" (leggi "degli alpini"), con la presenza di personalità che pretendevano di dettare regole e dare patenti di autenticità all'uno o all'altro canto.
Si giunge cosi al "Primo simposio sul canto popolare" (Cortina d'Ampezzo - 1970) in cui alcuni di noi s'impegnarono a discutere e, se possibile, cominciare a chiarire i molti aspetti che riguardavano la coralità amatoriale. Non ultimo quello di cui stiamo trattando: se cioè parlare di "canti di montagna" aveva senso o invece, più semplice­mente, risultava una dizione di comodo. Già allora si prese in considerazione il repertorio della SAT per vedere se era vero che i canti che lo componevano erano canti di "montagna"; risultò così chiaramente che ben pochi meritavano tale titolo e che, anche quando potevano avere in comune un luogo d'origine di rilevante altitudi­ne (perché questo vuol dire "canto di montagna") troppi erano gli ulteriori motivi di differenziazione. Provate a pensare alle montagne del nostro paese e immaginate le differenze che ne accompagnano lo sviluppo: da ovest ad est e, seguendo la dorsa­le appenninica, da nord a sud. Troppo poco l'elemento "altezza" perchè possano essere accomunati sotto questo titolo. Ben altri i motivi (storici, culturali, ecc.) che possono unire o dividere le tradizioni popolari e, quindi, anche i canti di aree diverse.Apparve quindi evidente che ciò che univa i canti del repertorio SAT erano due ele­menti estranei ai canti stessi: il primo è la scelta della struttura corale e il secondo la metodologia (leggi "semplicità") nella elaborazione dei canti. Col primo si privilegiava la scelta delle voci maschili (le più facili da reperire e da organizzare), col secondo si permetteva l'accesso alla lettura e all'esecuzione delle partiture a chiunque, pur se sprovvisto di particolare abilità e competenza. Queste le vere ragioni che resero possibile la straordinaria diffusione di questo tipo di coralità; e da ciò deriva il suo grande merito: far sì che migliaia di giovani potessero avvicinarsi alla musica in senso positivo, cioè cantando, e al repertorio di derivazione popolare (anche se sapendo solo confusamente ciò che voleva dire "popolare").
Ma dietro questo indiscusso merito crebbe anche quella, altrettanto indiscutibile, generalizzazione del cantare secondo il modello SAT che mortificò, di fatto, le espressività diverse: chiariamo meglio. Cantare in quel modo risultò sì gratificante ma, nel contempo, anche così "esclusivo" e "vincolante" che, all'orecchio dei più, nessun'altra soluzione appariva accettabile. Così chi allora cercava di sperimentare vocalità, colori, espressioni diverse, perché testimoni di diverse realtà locali e cultu­rali, venne considerato "deviante" dalla retta via e quindi il suo lavoro fu sovente stroncato. La stessa dizione "coro d'ispirazione popolare", che ad alcuni di noi pare­va più esatta, venne criticata: ad un concorso mi venne detto, da un componente la giuria: "Ma smettila ! Il tuo è un coro di montagna come tutti gli altri !" Pensate cosa sarebbe avvenuto se, da altre parti, si fosse realizzato quello che aveva fatto la SAT, cioè l'aver creato una "coralità" aderente al canto popolare trentino. Avremmo avuto, in ogni regione, una ricerca delle caratteristiche del proprio modo di cantare che avrebbe fatto nascere e sviluppare una serie ricchissima di esperienze corali diver­se, ciascuna con proprie caratteristiche e originalità, invece della "massificazione" a cui si era giunti, per almeno tre decenni, a causa dell'equivoco sul "canto di monta­gna".
Alla confusione contribuirono inoltre, negli anni seguenti, numerose pubblicazioni che raccoglievano le armonizzazioni di canti popolari di cori noti, tutte con titoli che imitavano quello della SAT ("Canti della montagna"). Eccone alcuni: "Canti dalle Dolomiti", "Come canta la montagna", "Su in montagna" ecc. (alcuni anche pregevo­li, ma con la montagna avevano a che fare solo marginalmente.)
Solo negli anni ottanta, in definitiva, si giunse ad un chiarimento abbastanza genera­lizzato di tutto il problema: in alcune regioni, anche grazie alla ricerca sul campo del canto popolare locale che si andava diffondendo, e che metteva gli "addetti ai lavori" di fronte al riconoscimento delle differenti vocalità proprie di ciascuna area, si anda­rono creando gruppi corali nuovi (e vecchi cori si modificarono) che facevano tesoro di queste diversità, cercando e sperimentando su soluzioni vocali (e corali) originali.
E anche alcuni musicisti, nell'elaborare i temi popolari per coro, si sforzarono di stu­diare e approfondire queste caratteristiche originali, al fine di allargare la gamma di espressività delle armonizzazioni: si cominciava, insomma, a tener conto della inter­dipendenza tra i suggerimenti impliciti nei temi popolari (sia in ordine alla melodia che ai contenuti) e gli elementi che vanno a costituire la elaborazione corale: ciò che solo episodicamente si era visto in precedenza.
Acqua passata ? Penso proprio di si. Ma certe formule sono dure a morire, visto che non è poi così raro sentirmi dire, incontrando qualcuno: "Che voglia di sentire un po' dei tuoi canti di montagna !"

mercoledì 28 novembre 2012

Canti? Meglio se alpini doc

La vita media di un coro è stimabile in 35 anni. Il coro ANA più longevo ha 63 anni, il più giovane forse sta nascendo proprio in questo momento. Il movimento corale è in continua rivoluzione. Arrivare a sessant’anni, così come decidere di avviare un coro oggi presuppone l’avere passione, organizzazione, buone idee. Non è cosa semplice, ogni corista deve sapere gestire prove, lavoro e famiglia. Tra i cori più attivi gli impegni arrivano ad essere anche un centinaio all’anno. Organizzazione, gestione e professionalità. Scelta dei repertori, studio musicale, approfondimenti sui canti. Il tutto a livello amatoriale certo, ma con l’intento di riuscire ad offrire spettacoli di livello professionistico. Gli alpini cantano da sempre, ma in montagna i primi cori (Coro SAT nel 1926) si erano già formati da tempo quando a Milano, dove aveva ed ha sede l’ANA Nazionale, viene fondato il Coro ANA di Milano. Era il 1949 e da subito il neonato coro si allinea ai dettami del coro SAT salvo poi assumere una propria identità interpretativa e di produzione musicale che lo ha sempre caratterizzato. Rileggendo le cronache del tempo è chiaro come si parlasse di due epigoni: Coro SAT per il canto popolare e di montagna e Coro ANA di Milano per il canto alpino. I cori ANA iniziano quindi a prendere forma. Realtà corali ancora oggi forse meno note al grande pubblico, ma veri e propri talenti che crescono in seno all’ANA. Da una ricerca effettuata consultando gli archivi delle varie associazioni corali italiane risulta che su circa 500 cori maschili in attività, più di un quinto (140 circa) sia sotto egida dell’ANA. Significativo e straordinario. Il coro è di fatto, una grande risorsa culturale e associativa alpina di gruppi e sezioni. Con una media di 25 coristi per coro, si può ipotizzare che oltre 3500 soci ANA facciano parte di una formazione corale. Le qualità artistiche dei nostri cori in alcuni casi protendono all’eccellenza, per ricerca nel campo dell’etnomusicologia, per capacità compositiva ed interpretativa. Attingendo dall’ormai vasto repertorio dei cori ANA qualunque realtà corale oggi potrebbe formare un repertorio di canti popolari, d’autore, di montagna e degli alpini senza essere costretto ad uscire dal contesto ANA. Forse ciò che manca è un pizzico di coscienza corale collettiva. Le opportunità di diffondere le nostre storie, la tradizione alpina, i fondamenti associativi, sono possibili anche attraverso le capacità dei nostri cori ANA. Dopo il convegno di Lecco del 1967 in “difesa del canto alpino” non sono stati pensati ulteriori momenti di condivisione di così grande richiamo. Oggi, molti, troppi canti in maniera superficiale vengono definiti “canti degli alpini”. Per opportunità, non per demeriti di chi compone o del genio armonizzante degli autori, piuttosto per la superficialità e per l’equivoco generato da chi, proponendo il canto, è poco propenso o interessato ad approfondirne i contenuti. La salvaguardia del canto alpino, bene inestimabile, genere definibile e troppo poco definito correttamente, parte anche da queste piccole cose. I cori cantano e hanno voglia di farlo, qualsiasi cosa a dire il vero, certo solo canti alpini sarebbe impensabile. Tuttavia in un momento molto difficile della nostra storia, nella sostanza delle nostre proposte si potrebbe cercare di fare meglio, partendo dal prestare più attenzione a ciò che si canta, approfondendone la storia. In ultimo un consiglio per chi ha già sentito un coro, e anche per chi non lo ha mai fatto. Recatevi presso il vostro gruppo o sezione, chiedete di assistere alle prove (quasi sempre aperte al pubblico) o ai concerti del vostro coro ANA. Ovunque siate ascoltate le storie che hanno da raccontare i nostri cori, sono le storie delle nostre regioni, delle nostre montagne, dell’animo umano e di tutti noi alpini. Alpinità dopotutto è anche fare parte di in un coro, possibilmente coro ANA.

Articolo di Ivan Fozzer su "L'Alpino" - Mensile dell'ANA - N.10 - 2012 Novembre

lunedì 19 novembre 2012

Parlando di: Ninna Nanne

A volte ci si trova a scambiare opinioni sui canti, sui repertori e sulle definizioni del genere a cui un canto può appartenere. Ognuno con il suo punto di vista. Vorremmo inaugurare una rubrica per il blog "Parlando di..." occupandoci in questa occasione di Ninna Nanne, per non accontentarci delle definizioni superficiali, cercando (se possibile) di andare un poco più a fondo nei concetti.

Alla voce Ninna Nanna (canto) di Wikipedia viene riportato: "Una ninna nanna è una melodia rasserenante che viene cantata ai bambini per farli addormentare. L'idea alla base della ninna nanna è che un canto eseguito da una voce familiare induce i bambini ad addormentarsi. (...) Ninna nanne si trovano nella cultura popolare di tutti i popoli. (...) La Commissione Europea ha creato il progetto Lullabies of Europe per raccogliere tutte le ninna nanne nelle diverse lingue della Comunità per preservarne il patrimonio culturale". Le finalità del progetto Lullabies of Europe: "Ogni paese europeo ha la sua cultura di ninnananne ma questo progetto vi permette di attraversare lo spartiacque culturale e cantare e suonare altre meravigliose ninnananne nella vostra casa. Bambini molto piccoli che ascoltano queste canzoni, le ricorderanno quando incominceranno ad imparare lingue straniere. Studi sulle ninnananne dimostrano che la loro funzione non è soltanto quella di indurre un infante al sonno. Esse offrono ai bambini un’opportunità di crescita e di sviluppo e promuovono il rapporto affettivo tra genitori e figli".


Tuttavia, Roberto Leydi ne' "I Canti Popolari italiani" edito da Mondadori nel 1973 sostiene: "Questi canti non assolvevano soltanto al compito di quietare e addormentare i bambini, ma anche a quello di avviare il processo di inculturazione del nuovo nato (e inculturazione non soltanto musicale). Attraverso la ninna nanna, poi, era offerta alla donna un'occasione di sfogo non altrimenti possibile all'interno della società contadina tradizionale. Ciò spiega in parte perché tanto spes­so le ninne nanne, contro l'opinione corrente, non abbiano testi lieti e sereni e musicalmente si connotino come veri e propri lamenti,anche disperati".

E anche Giuseppe Vettori ne' "I Canti Popolari italiani" edito da Newton del 1975: "Cullando il bam­bino, la madre parla quindi talvolta della sua condizione di donna, og­getto della scelta altrui; oggetto di desiderio ma esposta al naturale destino di sedotta-abbandonata, con il matrimonio come unica possibile sistemazione da guadagnare con il silenzio, la rassegnazione alla miseria e alla sottomissione, la bravura nelle occupazioni femminili, la condanna ai lavori domestici e alla totale dedizione alla cura del bambino stesso (...). In altri casi l'accento è posto soprattutto sulla miseria, sulla fame, sul necessario che manca. Quasi sempre, comunque, la ninnananna ha una funzione di istruzione del bambino, di accostamento ai costumi, ai valori, alla realtà della vita".

Nella presentazione del canto "En co' de l'era" di Massimo Marchesotti: "Va tenuto presente che la ninna-nanna costituisce, dove è ancora in uso, il primo elemento dell'inculturazione musicale del bambino, che proprio dalla voce della madre apprende il patrimonio comunicativo che appartiene alla sua comunità e alla cultura del suo gruppo. E' stato più volte osservato che questo tipo di canto assolve in realtà una duplice funzione: addormentare il bambino e offrire alla madre un'occasione di sfogo. Cogliendo l'occasione della ninna-nanna molto spesso la donna, che in una società di tipo patriarcale non ha altro modo di denunciare la sua situazione se non con il canto, dà sfogo ai suoi sentimenti che, dalla dolcezza, dalla tenerezza passano facilmente al lamento, ai suoi sogni svaniti, alle sue frustrazioni".

Oggi, la Ninna Nanna viene riconosciuta come mezzo pedagogico educativo per lo sviluppo del bambino e della propria sfera affettiva. Ma non è sempre stato così o meglio non è sempre e solo così. In origine la Ninna Nanna aveva ben altri scopi. Molte, se si ascolta attentamente, mantengono nei suoni e nei testi, un senso di tristezza mista a rassegnazione, comunicando a tratti stati d'animo ben differenti da quelli di dolcezza e amore. Cercando di approfondire la materia, ci siamo imbattuti nel blog Materterra nel quale ci si interroga sull'origine del termine. La "Ninna Nanna" viene considerata una preghiera ad antiche divinità pagane di popolazioni Babilonesi e Sumere. Tant'è che una nota leggenda sarda narra la storia di un certo "Nannai", proprietario di un carro talmente rumoroso da riprodurre il rumore dei tuoni. La leggenda è di uso comune tanto che ancora oggi, all'arrivo di un temporale si usa dire: "Si sta avvicinando il carro di Nannai". In sardo antico con il termine nannai vengono identificati i nonni e ancora attualmente è viva l'usanza di chiamare "Nonna" la madrina di battesimo. Particolare che "Nannai" sia assonante al nome di "Inanna" che veniva considerata dai Sumeri divinità delle acque e della luna. Inanna era anche la divinità della fertilità e dell’amore passionale che, portatrice del carro della luna (come Nannai) e governatrice delle acque e della pioggia, è stata nel corso del tempo identificata con la babilonese "Ishtar" e la romana "Venere". In altri casi con "Diana" in altri ancora era la figlia del "Dio della luna" ovvero Sin (in babilonese) conosciuto anche come "Nanna" (in Sumero). Inanna, Nanna e Nannai quindi le divinità da cui potrebbe derivare il termine "Ninna Nanna". Una preghiera pagana a "Luna e Venere" per la protezione dei bambini che nel tempo si è trasformata nella forma a noi tutti nota di melodia rasserenante per la buona notte.

Ivan Fozzer
coritalitysta

mercoledì 14 novembre 2012

Io c'ero: collabora con coritality

Quasi ogni giorno in Italia viene presentato un concerto di cori alpini, di montagna o popolare. In questo momento certamente, da qualche parte un maestro sta pensando, preparando o presentando una scaletta di brani per il proprio coro. Dedicando molto del proprio tempo alle finalità dello spettacolo, del concerto.

Purtroppo, tranne in rari casi accadrà che finito il concerto, passato qualche giorno, di tutta questa preparazione nulla o quasi rimarrà nella mente di chi ha ascoltato, se non soltanto (e non è poco) la capacità canora del coro. Passeranno quindi dietro le quinte, nel secondo piano della memoria quei sottili "fili rossi" che invece hanno mosso e accompagnato la scelta del repertorio dello spettacolo, iniziando dal titolo, terminando con i bis. Ma noi sappiamo, che nulla è mai lasciato al caso.

Se sei un assiduo frequentatore di concerti o più semplicemente canti in un coro e trovi che il programma appena presentato dal tuo coro sia stato tanto interessante che valga la pena di essere raccontato, scrivici.

Non scriveremo di quanto siano bravi i cori a livello canoro, perché sappiamo già essere tutti bravissimi. Vogliamo lavorare ad una rubrica che possa esplorare e fare conoscere le scelte musicali, i programmi, l'atmosfera, i dietro le quinte ai concerti.

Talvolta capita di trovare canzoni che ci colpiscono al primo ascolto, ma che iniziamo a comprendere meglio dal secondo in poi. Diamo questa possibilità anche ai concerti dei cori che, per natura (a meno di registrazioni e incisioni dal vivo) sono unici e irripetibili. Vogliamo che i concerti dei cori non rimangano solo un momento di svago "passeggero", ma occasione di condivisione e discussione a partire dal momento in cui il concerto finisce.

Invia la tua recensione del concerto a cui hai recentemente assistito all'indirizzo

coritality@gmail.com

allegando il programma di sala, senza dimenticare le tue impressioni personali sullo spettacolo.
Hai intenzione di assistere ad un concerto di cori prossimamente e ti piacerebbe farne una recensione, contattaci.

Diventa inviato ai concerti di coritality.
Verranno pubblicate le migliori recensioni.

Coritality Team

lunedì 5 novembre 2012

Coralità alpina: cos’è?

Riportiamo integralmente lo scritto di Sergio Piovesan del Coro Marmolada di Venezia, una delle formazione corali con più esperienza nel panorama nazionale. Nel 2005, Sergio, scrisse su http://sp1938.blogspot.it un interessante articolo in merito alla "Coralità Alpina" prendendo spunto da quanto pubblicato su alcuni numeri de "L'Alpino" Mensile dell'Associazione Nazionale Alpini.

"Navigando in internet, mi sono imbattuto nel sito dell'ANA (Associazione Nazionale Alpini) e, in particolare, nella sezione denominata 'Coralità alpina' il cui indirizzo, per chi fosse interessato ad approfondire, è il seguente: http://www.ana.it/page/il-dibattito-sulla-coralit-agrave--2009-07-13
Ovviamente, mi sono letto tutti gli articoli (ben sedici) nei quali sono espressi diversi pareri, sia di 'esperti' (maestri, coristi), sia di alpini, per lo più legati ai moduli di canto 'alpino', modulo che in tanti hanno tentato di definire senza, secondo me, riuscirci, anche perché non esiste. Cosa si intenda per voce 'maschia', concetto ribadito in alcuni interventi, non è molto ben chiaro; a mio parere, dopo parecchi anni di esperienza corale, durante i quali ho avuto modo di ascoltare anche dei cosiddetti cori 'alpini', la voce 'maschia' è quella, a volume elevato. L'importante è farsi sentire, non importa come e non importa se intonati o meno. Questo, per qualcuno è il canto 'alpino'. Ma poi, esiste veramente il canto 'alpino'? Bisogna ricordare, per l'ennesima volta, che il nostro modo di cantare discende da 'un'invenzione dei fratelli Pedrotti' (De Marzi) che fondarono un coro cittadino e quindi non 'di montagna' né tanto meno 'alpino'. Nell'intervento di Renato Amedeo Buselli, direttore del coro 'ANA San Zeno di Verona', l'autore ricorda il libro dell'ex presidente nazionale dell'ANA, Caprioli, dal titolo 'Cantavamo Rosamunda'; è 'Rosamunda' un canto 'alpino'? No ovviamente, come non lo è 'Mira il tuo popolo o Bella Signora' che, Bepi De Marzi, citando alcuni reduci della campagna di Russia, ricorda che veniva cantato dagli alpini sulle rive del Don. Gli alpini cantavano in coro, con le mani dietro la schiena, a quattro voci? Ovviamente no! Si trattava, invece, di canti monodici delle loro contrade, spesso di argomento amoroso ed accompagnati da uno strumento. Ed allora, perché questo accanimento nel rispolverare un 'canto alpino' che non è mai esistito? Forse la nostalgia di qualche anziano; non vedo altri motivi. Perché criticare le armonie a più voci, raffinate ed affinate, che certi cori riescono ad eseguire suscitando nel pubblico ammirazione ed anche entusiasmo? Perché voler insistere che quando il pubblico sente intonare dei 'canti alpini', 'cantati alla maniera semplice' (cosa sia la maniera semplice non si sa) solo allora si entusiasma? Perché insistere che non si deve cantare 'Funiculì, funiculà' perché non è una canzone alpina? Secondo me certi personaggi sono pervasi da 'razzismo canoro'! Solo quei canti (quelli 'alpini') hanno valore e devono essere cantati ed anche nel modo voluto da loro. Tutto il resto, anche se non lo dicono, non ha valore. Un sacerdote scrive, fra l'altro,: 'Non è pensabile eseguire brani nati in trincea, tra il fango e la mitraglia, con la leziosità di armonizzazioni che nell'esperienza popolare assolutamente non esistono: il coro alpino non è un coro di monache e nemmeno il coro della cattedrale: dev'essere coro virile, deciso, spontaneo e naturale; anche le armonizzazioni a quattro voci pari, con tutto il rispetto dei grandi maestri che le hanno approntate, si rivelano spesso artefatte, stucchevoli e fasulle, giacché spontaneamente, nessuno, a meno che abbia fatto studi di armonia in conservatorio, è in grado di creare tali armonizzazioni.'  Ma chi lo dice che i canti sono nati 'tra il fango e la mitraglia'? E cosa vuol dire 'naturale'? Per fortuna, più avanti, sempre lo stesso sacerdote, ammette che con il suo coro di 20 elementi 'non fa concerti altolocati'!!! Scrive un certo Rodolfo Gallazzi, un alpino non appartenente al mondo dei cori: 'E in una Italia che sta rinunciando alla propria identità storica, culturale e religiosa (grazie a tanti nostri politici e a tanta parte del clero) non sento il bisogno che anche noi ci si allinei a questa cultura rinunciataria. Non è che tra qualche mese verranno inseriti in repertorio anche canti arabi per essere ancora di più in linea con la cultura multietnica?' Evidentemente la 'cultura' leghista ha fatto breccia anche nel cuore di qualche alpino. Se il canto arabo è bello, perché rinunciare a cantarlo? Solo perché non è alpino? Ma per fortuna non tutti gli alpini sono di questo stampo, ed allora il già citato Renato Amedeo Buselli, del quale condivido tutto il suo intervento, risponde: 'Pertanto se un coro desidera cantare 'Funicolì funicolà' e 'La Madunina' le canti pure e perché no? anche canzoni arabe, basta che piacciano. Sono perfettamente d'accordo con il direttore del coro ANA della sezione di Milano Massimo Marchesotti, il quale dice che un coro alpino o non alpino deve cantare e l'impegno dei coristi e del direttore è far cantare e cantare bene.'
Quindi, usando un termine militare, la parola d'ordine è: 'CANTARE BENE', ovviamente non nel modo voluto da certi alpini!" di Sergio Piovesan.

Sono passati alcuni anni. Il modo di cantare è mutato, non più solo "maschie" vocalità, ma più "colori" anche tra i cori alpini. Fortunatamente abbiamo incontrato cori più preparati di un tempo a livello vocale, forse per una netta tendenza di riscoperta del genere, la nascita di nuove formazioni corali e maestri sempre più competenti. Cantare bene oggi è più traguardabile. Tuttavia mi troverei spiazzato nel sentire cantare "Monte Canino" da un coro gospel, come un canto arabo (prevalentemente femminile) da un coro alpino, ma condivido assolutamente la motivazione della provocazione di Sergio. Ogni coro dovrebbe essere vestito con l'abito più appropriato, concedendosi certo divagazioni sul tema senza rimanere troppo legato ad un clichè, senza perdere la propria identità, semmai ricercandone una propria. Importante "sapere cantare bene" e "sapere bene cosa cantare", il futuro del canto corale è la storia dei canti. Presentarsi ai concerti con programmi sempre più accattivanti per la forma, senza trascurarne i contenuti, è necessario. Arriveremo altrimenti "al piattume" ad essere cori replicanti, che un giorno canteranno brani di cui si ricorderà solo titolo e armonizzatore, ma non i motivi per i quali questi canti sono stati scritti e come sono arrivati a noi. Chi li ha scritti se ne esiste traccia, e perché lo ha fatto. Questo, non solo per i canti popolari, ma anche per i canti d'autore, i canti di guerra e i canti di lavoro e per quel canto che ancora non è stato scritto. Partendo sicuramente dalla definizione del genere, dallo scoprire se effettivamente quanto cantiamo sia, popolare, di guerra o alpino... e se si possa definire tale, perché in guerra seppure talvolta sull'aria di canti popolari preesistenti qualche canto ideato dagli alpini, dai bersaglieri, dai soldati, c'è stato... ma di questo parleremo in altra occasione. Cantiamo pure di tutto quindi e facciamolo liberamente, ma proviamo a porci l'obiettivo della riscoperta, se possibile badando anche ai contenuti e non solo alla forma.
Questa potrebbe essere la nuova "Coralità Alpina".
Ivan Fozzer
coritalitysta

martedì 30 ottobre 2012

Storia musicale di popolo

Il 19 ottobre 2012 appare un articolo su http://www.tempi.it curato da Emmanuele Michela. Una storia musicale di popolo. Gli Alpini compiono 140 anni. Intervista a Pedrotti (coro Sat) nel quale viene affrontata la tematica del canto alpino.

In risposta a questo articolo una voce autorevole: "Ho letto l'articolo di Mauro Pedrotti. Preciso e interessante. Non sono d'accordo sul cronista che scrive 'enorme il repertorio musicale degli alpini'. Il repertorio dei canti degli alpini non arriva a più di 35-40 brani. Il Convegno in Difesa del Canto Alpino tenutosi a Lecco il 26-27 giugno del 1965 organizzato dall'ANA di Lecco (ricordo la presenza di Silvio Pedrotti della SAT con una sua relazione), dovrebbe essere aggiornato. L'equivoco, che andrebbe corretto, è quello di tanti canti che vengono chiamati 'canti degli alpini' ma, che non lo sono. Molti canti 'Demarziani' non sono canti degli alpini, come del resto molti altri definiti tali. Sarebbe preferibile per dovere di correttezza, chiamarli 'Canti per gli alpini' o, 'Canti dedicati agli alpini'. Per quanto riguarda il Coro della SAT, inutile ribadirlo, é stato il Coro al quale molta della coralità del nostro paese ha scelto di appartenere. Certo poi, alla fine, molti complessi corali hanno trovato altri percorsi musicali e, aggiungo, alcuni cori hanno eseguito brani della SAT con una propria personalità senza per questo stravolgerli. Non sono d'accordo con Mauro Pedrotti quando afferma che 'il canto popolare sparisce per diversi motivi'. Il canto popolare non è sparito. Va riscoperto. Vi sono innumerevoli canti popolari sconosciuti e mai trascritti per coro. Ancora oggi lavorando 'sul campo' altri se ne possono trovare. Il vero problema rimane quello dell'ovvietà, di adattarsi a quello che il pubblico vuole ma anche ai gusti facili degli stessi coristi. Forse non sarebbe male ritrovarci per discutere su questo aspetto legato al mondo della coralità".

Massimo Marchesotti 
direttore del Coro ANA di Milano"Mario Bazzi" 
Milano 22 ottobre 2012

sabato 27 ottobre 2012

Coritality l'insolito blog

"L’interesse sempre maggiore per le manifestazioni più genuine è un fatto relativamente recente. Per molto tempo l’espressione popolare è stata considerata priva di impegno artistico, mentre oggi si assiste ad un processo di rivalutazione e valorizzazione di questo tipo di cultura. Affrontare oggi la riesecuzione di un canto popolare significa approfondire la ricerca, non solo di quel canto, ma di tutto quanto quel canto manifesta, facendo sì che l’interpretazione risulti essere motivata nel presente. La realtà di oggi è assai diversa dalle componenti ambientali, sociali e psicologiche del passato, ci si identifica quindi in una nuova situazione emotiva-sentimentale e ideologica. Riteniamo che i valori del passato debbano essere riproposti al riparo dalla nostalgia in un contesto attuale in grado di riuscire a coinvolgere anche emotivamente le nuove generazioni. Ecco dunque la necessità di stimolare attraverso nuovi testi e musiche che potremmo definire “tradizione inventata”, la coralità alpina che, diventata spettacolo, non si omologhi a tanti altri spettacoli, si ritagli una sua specificità, attingendo dal passato la legittimazione del presente, veicolata con il coraggio dell’innovazione, senza stravolgimenti radicali, ma senza chiusure conservatrici sia dei testi che dei moduli musicali." 
Massimo Marchesotti - direttore del Coro ANA Milano "Mario Bazzi"

Con queste parole abbiamo scelto di aprire questo blog. Parole ispirate, che in un certo senso incarnano l'essenza di ciò che vorrebbe essere anche questa finestra aperta sul web. CORITALITY non vuole essere il solito blog sulla coralità... ma più forse, l'insolito blog sulla coralità di genere popolare con particolare attenzione a quella alpina. Il nostro progetto, mio e di qualche amico corista come me, nasce dal fatto che ascoltando i cori, ci si rende conto di quanto questo movimento sia in forte rilancio ed espansione, potenzialmente una grande risorsa di tradizione e cultura. Salvo talvolta dovere prendere atto di quanta poca attenzione all'informazione ci sia anche tra gli addetti ai lavori. Noi vorremmo iniziare a condividere un punto di vista, pensieri, notizie, ricerche etc.etc. con un denominatore comune, il coro, la coralità alpina... Cercando, a modo nostro, di mantenere vivo e vitale un grandissimo patrimonio a volte troppo spesso trascurato per poca attenzione di cultura tradizionale del nostro paese. Per questo nasce Coritality, che è come Cori e Vitalità... vitalità dei cori. La gioia di condividere una passione, non professionistica, ma in modo professionale con un pizzico in più di attenzione ed approfondimento. Intendiamo diffondere, attraverso questo blog, questo messaggio in modo che possa propagarsi in una società che mai come ora ha la necessità di riscoprire le proprie origini.

Ivan Fozzer
coritalitysta