"Canti di Soldati. Ecco la spiegazione premessa al nostro primo libretto di 'canti di soldati'. Questo libretto si propone di aiutare ogni reparto volenteroso a fabbricarsi un buon coro di soldati senza bisogno di nulla. Né di musica, né di strumenti, né di locali. E' un arrangiamento di guerra. Come con un telo da tenda e quattro sassi ci si arrangia una casa, così ci si può arrangiare una buona fanfara di voci, con tre cose che si trovano dappertutto: l'orecchio giusto di un capocoro, l'anima canterina del soldato italiano, questo libretto di parole. Ho fatto la prova; sono sicuro. E io non avevo l'aiuto di questo libretto, dovevo insegnar le parole a memoria: non avevo neanche un trombettiere intonato che potesse accennare alle diverse voci; non avevo le regole dell'esperienza che si trovano alla fine di questa spiegazione. Chi prova dopo me si troverà avvantaggiato. Fu all'istruzione delle reclute del '97 che feci la prova, io. Ci avevano levato la fanfara, ma quasi a rimpiazzare il nostro bisogno di musica, ogni giorno crescevano i cori. Mi misi ad osservarli questi cori, come facevano a insegnarseli e a imparare? Dov'era la scuola di canto? La scuola di canto era in strada, in cortile, in osteria: imparavano come si era sempre imparato, a orecchio, per imitazione. Chi aveva la grazia della voce faceva centro, gli altri gli tenevano dietro; chi aveva la grazia dell'armonia inventava il controcanto e anche lui trovava seguaci; qualche anziano, per compiacenza, ci aggiungeva un grugnito di basso. Ecco fatto un coro a tre voci. E che pazienza! E che passione! Le parole se le copiavano in ginocchio, sulle assicelle in camerata; di nascosto, per non scoprire la boccetta d'inchiostro nel paglione. Se la passavano come una lettera amorosa! Cento volte ripetevano la stessa nenia, pur di cantare! Per stanca e appesantita che fosse la colonna in marcia bastava che in un punto qualunque della fila scoppiasse il richiamo della bella voce serena per vedere gli amanti del canto volar via di corsa a raggiungerla, collo zaino ballante sul groppone sudato. Allora dissi tra me: dal momento che siamo italiani e non possiam fare a meno di cantare, perché non si potrebbe disciplinare e indirizzare questo amore così ardente con un po' di scuola? Inalzarlo fino ai canti dei popoli liberi che danno la coscienza di questa guerra, fabbricare un coro che rimpiazzi davvero la fanfara per marciare in cadenza e intanto ci sfoghi dei nostri dolori di soldati? Ci son tante istruzioni secondarie che consistono nel dormire in cerchio intorno a un graduato! Cantare, per l'anima, è come far zaino a terra, per la schiena! Detto fatto: come avevo imparato da loro. Cominciai, anch'io, a ricopiar foglietti colle parole: ogni cinque uno: inventar un segnale: 'adunata canterini' che me li portasse intorno in qualunque formazione e in testa alla colonna quando marciavamo: provai le voci, una a una e le divisi: e poi avanti: a orecchio e per imitazione. La scuola di canto la impiantai dove e quanto capitava: in piedi, su un prato, tra un lancio di bombe e un'arrampicata: dentro, i giorni piovosi, che me li salvava dalla morra e dal sette e mezzo clandestino. Non avevo neanche un trombettiere in grado di aiutarmi accennando i motivi: dovevo cantare, ricantare, stracantare, la stessa parte sempre io: a volte mi toccava sedermi sfinito su uno zaino e chiedere un pezzetto di formaggio per rifar forza e continuare. Ma non importa; ci ho un ricordo che compensa tutto: una spianata verde in faccia alle Dolomiti dove siamo adunati per giurare, tutta la leva; e la fanfara di voci dei miei tosatti che tiene il tempo e mantiene lo scatto per tutti, mentre sfiliamo in parata! La testa bianca del mio colonnello tentennava commossa lassù nel mezzo: si, si bravi figlioli!
Ecco perché ho raccolto questi canti di soldati, così alla buona, a memoria, ma subito. Nel raccoglierli ho ubbidito a una legge sola: che fossero popolari tra noi soldati. La popolarità è una scelta già fatta: vuol dire che corrispondono al nostro sentimento di guerra. Ci ho aggiunto soltanto pochi canti di popoli che hanno un valore universale. Qualcuno troverà che ce ne sono molti veneti. Ma è naturale. Non solo perché il Veneto è terra di armonia. Ma perché la guerra è stata nel Veneto, non bisogna dimenticarlo mai. O nostra santa terra, la più ferita figliola della patria, anche noi soldati ti abbiamo invasa e turbata coi nostri tanti bisogni dalla cravatta da levare al sorriso della tosa; son state di tutti noi combattenti le tue dolci case... E così siano di tutti i fanti italiani queste tue canzoni e le riportino in memoria tua alle case più lontane. Barba Piero"
Ivan Fozzer
coritalitysta
Ivan Fozzer
coritalitysta
Nessun commento:
Posta un commento