lunedì 28 gennaio 2013

Il lungo viaggio tra sogno e realtà corali alpine (2a parte)

Possiamo affermare che sia nato prima il canto della parola, basti osservare i neonati che fin da subito gorgheggiando iniziano a prendere coscienza di sé, per “conoscersi da dentro”. A tutti gli effetti il canto resta questo, permette di tirare fuori tutte quelle emozioni e sensazioni che in altro modo, difficilmente, sarebbe possibile trasmettere. Comunque, per quanto attiene il repertorio dei canti di montagna, è universalmente riconosciuto che iniziò tutto con quello che oggi conosciamo come il Coro della SAT. Questa formazione, grazie alla rara e indiscutibile capacità di produrre musica per coro, influenzò in maniera determinante: il genere, il canto, i cori alpini. Tant’è che oggi un coro alpino, come già detto, è identificabile in un coro di voci maschili. Credo che se la SAT fosse nata “coro misto”, ovvero formato sia da voci maschili, sia da voci femminili, i cori alpini oggi sarebbero tutti cori misti. Alla SAT quindi oltre al merito anagrafico e di capostipite di un genere musicale, anche quello di avere determinato i repertori di tutti quei cori che da lì in poi si sarebbero formati. Avvalendosi della collaborazione di illustrissimi musicisti compositori, uno su tutti Arturo Benedetti Michelangeli, la SAT produsse quasi senza soluzione di continuità un numero impressionante di armonizzazioni e partiture per coro maschile. Senza troppa attenzione poi ai contenuti, in quel periodo storico l’importante era cantare. Attingendo e armonizzando canti, non solo delle proprie valli trentine, ma anche dal bagaglio popolare di differenti regioni italiane. Proponendoli poi a mo’ di SAT, modello unico, indiscutibilmente caratteristico. Nella scelta del proprio repertorio, ogni coro oggi ha a disposizione una sconfinata documentazione, scritta e sonora, della SAT tanto che poi per emulazione, certi canti vengono eseguiti in concerto con tipico incedere ed inflessione trentina, siano essi canti degli Appennini abruzzesi o canti delle colline piemontesi, sia lo stesso coro che esegue il canto, un coro piemontese o un coro lombardo. Perché la SAT li ha sempre cantati così ed è l’unico modo in cui quel determinato canto è conosciuto. Bene intesi, non è colpa della SAT se di fatto questo succede, sta ad ogni coro prendere un canto e riproporlo con le proprie uniche caratteristiche e non per imitazione. Ma, l’ indipendenza da certi stili, trovare un proprio modo di proporre un repertorio, per un coro è un processo molto lungo. Talvolta, lo stesso pubblico dei concerti di cori alpini, abituato ad un certo modo di cantare, influenza i repertori dei cori che quindi vengono meno stimolati a trovare una propria identità. Meno male che nella storia corale italiana è esistita la SAT, altrimenti molto materiale sarebbe andato perso, e forse oggi non parleremmo di cori alpini, ma di qualcosa di sostanzialmente differente.

L’Associazione Nazionale Alpini, tra la prima e la seconda Guerra Mondiale, come qualsiasi altra realtà associativa italiana aveva ben altre cose a cui pensare, ma non rimase insensibile a questa particolare corrente musicale. Tanto che alcuni timidi tentativi vennero fatti, gli alpini di fatto hanno sempre cantato, tuttavia per arrivare a dare i natali al primo “Coro ANA” ufficiale, si dovrà attendere il 1949. Allontanandosi dall’ambiente di montagne e vallate, scendendo in pianura fino ad arrivare a Milano dove aveva, ed ancora ha sede, l’ANA Nazionale. Nasce in seno alla Sezione di Milano la prima formazione corale associativa, il già attivo “Coro Fiamme Verdi” sotto l’egida ANA assume il nome definitivo di “Coro ANA di Milano”. Da subito, come tutti, il coro si allinea ai dettami del “Coro SAT” salvo poi assumere una propria identità interpretativa e di produzione musicale grazie al prezioso apporto di illustri, sensibili e floridi direttori artistici. Vere e proprie perle musicali, ancora oggi diffusissime specialmente tra i canti alpini, vengono prodotte in quel periodo dai maestri del Coro ANA di Milano, tra gli altri: Flaminio Gervasi, Vincenzo Carniel e Cesare Brescianini. Potremmo affermare, senza tema di smentita e con un bel pizzico di orgoglio associativo, che a partire dagli anni ’50, tanto si parlava di “Coro SAT” per il genere canto popolare e di montagna, quanto si parlava del “Coro ANA di Milano” come riferimento per il genere canto alpino.

Una personale ricerca, portata a termine consultando gli archivi delle varie associazioni corali italiane, evidenzia come su un totale di circa 500 cori maschili ancora in attività in Italia, solo cinque risultino essere stati costituiti prima della Seconda Guerra Mondiale. I cori alpini: “Coro della SOSAT” e “Coro della SAT” (1926) e il “Coro Valsella” (1936), preceduti per età anagrafica esclusivamente da due formazioni triestine di fine ’800, ma di altro genere musicale.

Il Coro dell’Associazione Nazionale Alpini della Sezione di Milano (1949), è preceduto, da una ventina di formazioni corali per lo più di provenienza triveneta, tranne rare eccezioni con repertorio principalmente formato da canti popolari e di montagna, non tutti cori alpini. Sono questi gli anni d’oro del movimento corale in genere e alpino nello specifico. La televisione timidamente iniziava a diffondersi ed era ancora lusso per pochi, divenivano i cori con i loro canti, la forma più spontanea e immediata di comunicazione e spettacolo. Al di fuori del contesto ANA fanno la loro comparsa infatti formazioni come, solo per citarne alcune: Coro CAI UGET di Torino (1947), Marmolada di Venezia (1949), Monte Cauriol di Genova (1949), Stella Alpina di Treviso (1949), Genzianella di Biella (1952), Tre Pini di Padova (1958) e molti altri. Per chi se lo fosse chiesto, De Marzi e “i Crodaioli” arrivano nel 1958 sebbene in effetti, è innegabile che dopo la SAT, siano stati tra quelli che più hanno influenzato, continuando a farlo, i repertori della coralità italiana, grazie alle illuminanti armonizzazioni del proprio maestro. Canti d’autore come, “Signore delle Cime” pur avendo attinenza marginale con i canti alpini, iniziano a diffondersi nell’ambiente dei repertori dei cori alpini. Il concetto di “canto d’autore”, con l’arrivo dei Crodaioli, acquista nuovo vigore e ulteriore significato. Tanti i cori prestigiosi che, ancora oggi in attività, hanno portato alle luci della ribalta in quegli anni il canto alpino, popolare e di montagna, con anche il merito di trovare fin da subito un proprio percorso musicale e di repertori caratterizzanti.
(fine 2a parte prossimamente la 3a e ultima parte)

Ivan Fozzer
coritalitysta

martedì 22 gennaio 2013

Il lungo viaggio tra sogno e realtà corali alpine (1a parte)

E si arriva a quell'attimo di silenzio che precede il gesto che darà il LA alle voci. Accordi, pensieri, parole e voci, anime che si fondono in un'unica elaborata armonia. Il canto del coro riporta alla mente ricordi, riporta a quelle volte che la nostra mamma ci accompagnava verso il sonno della sera, ai crudi e tragici racconti dei nostri nonni che, certe cose le avevano vissute davvero. Il canto narra le vicende delle nostre montagne. Sentimenti, per lo più ricordi lontani nel tempo, ma che si cantano ancora, perché soprattutto in un momento come questo, c’è ancora chi ha la voglia di cantare le storie dell’animo umano. Trovando anche il tempo di guardarsi attorno e constatare di essere semplicemente uno di tanti, tutti protesi verso quegli individui sconosciuti, ma capaci di creare armonie e trasmettere emozioni. L’accordo finale e il fragoroso applauso che ne segue, rituffano nel presente ma solo temporaneamente, quanto basta perché il viaggio da qui a breve possa ricominciare. Chiunque abbia avuto la possibilità di ascoltare un coro, si ritroverà in queste sensazioni. Chiunque abbia mai cantato in un coro, riconoscerà i vividi sapori.

Il celebre poeta del ‘500, Antonio Ongaro inizia il Terzo Atto del Poema “L’Alceo”, prima favola pescatoria conosciuta della letteratura italiana, con queste parole: “..come sotto tranquille e placid’onde si nascondono scogli perigliosi; Così sotto sembianti adorni e vaghi stanno perfidi cori, alpini cori, cori d’amore e di pietà nemici”. Ongaro non intese certo apostrofare come perfidi i cori alpini che conosciamo. Non esistevano ancora o quanto meno non ne risulta a noi l’evidenza. Non poteva certo immaginare quale significato avrebbe assunto alcune centinaia d’anni dopo, il termine “cori alpini”. Ma quanti di noi, al di là di avere assistito a qualche esibizione canora, professionistica o dilettantesca, sono a conoscenza di quale sia la genesi dei cori alpini? Siamo così certi di sapere cosa sono? Cori ANA e cori alpini sono la stessa cosa? Cosa cantano? Certo è che, ognuno di noi abbia la propria risposta a queste domande. Il coro alpino, è universalmente noto come un insieme di voci maschili che eseguono i canti di montagna che tutti conosciamo. Ma siamo sicuri sia proprio così? No, non sono qui per farvi cambiare idea, piuttosto cercherò di stimolare in voi la curiosità, che è anche mia, la voglia di saperne di più sul canto e sui cori alpini e degli alpini. Magari non tutto è esattamente come appare. Mi auguro, letto questo articolo, che la prossima volta che vi capiterà di ascoltare un coro alpino sarete in grado di distinguere meglio cosa state ascoltando.

Definiamo innanzitutto come è composto, per antonomasia, un coro alpino. Non è detto che tutti siano esattamente composti nei termini che vi illustrerò, come in tutte le cose e i cori non sono da meno, si trovano eccezioni. I coristi di un coro alpino, vengono tradizionalmente suddivisi in settori o voci: Tenori Primi e Secondi, le voci alte o cosiddette chiare; Baritoni e Bassi, le voci basse o scure. Sulla falsa riga della tastiera di un pianoforte, le voci basse posizionate sulla sinistra della formazione e le voci alte a destra. Il maestro o direttore, si posiziona solitamente di fronte al coro, sia per potere avere la visibilità di tutti, sia per potere dirigere al meglio la formazione. Un coro viene predisposto nella tipica forma a “ferro di cavallo”. Nella stragrande maggioranza dei casi, i cori alpini sono formati da coristi privi di studi musicali alle spalle, è quindi compito del maestro del coro, solitamente musicista di professione, insegnare le parti ad ogni settore durante le prove che possono essere a cadenza settimanale, fino ad arrivare a due, tre appuntamenti a settimana. 

Il più celebre e indubbiamente noto coro alpino, ancora in fervida attività alla veneranda età di 86 primavere, formatosi nel 1926, si chiamava “Coro Trentino SOSAT” conosciuto più semplicemente come “Coro della SOSAT”. Non preoccupatevi, non è un errore, è proprio il coro della “Sezione Operaia Società Alpinisti Tridentini”, che una volta sciolto a causa di vicissitudini legate al regime fascista, fu “invitato” a ricostituirsi con il nome di “Coro della SAT”, “Società Alpinisti Tridentini”. Erano anni difficili, tanto che alcuni coristi si rifiutarono di assoggettarsi ad una simile richiesta abbandonando la formazione originale, per poi ricostituire tempo dopo il “Coro della SOSAT”. Quindi oggi esistono due cori trentini con DNA comune, “Coro SOSAT” e “Coro SAT” di Trento che poi hanno intrapreso percorsi molto differenti. Questa è una di tante storie che accomunano la vita dei cori, che man mano vi accennerò e che spero abbiate la curiosità di approfondire.
(fine 1a parte prossimamente la 2a)

Ivan Fozzer
coritalitysta

mercoledì 9 gennaio 2013

Il canto popolare alpino viatico di poesia

Quarantotto anni fa si tenne il primo Convegno in difesa del canto alpino a Lecco, l'anno successivo il 24 giugno 1966 al Centro Culturale Brianteo il Coro ANA di Milano tenne un concerto preceduto da un'introduzione di Luigi Santucci (già corista del coro meneghino) intitolata "Il Canto popolare alpino viatico di poesia" che ho ritrovato e che ho trovato interessante per diversi aspetti: l'utilizzo della parola, l'argomentare di alpini senza retorica e soprattutto l'attualità ad un anno dal 140° delle Truppe Alpine e in un momento in cui i tempi forse sono maturi per un nuovo convegno sul canto alpino:

Una sera del lontano 1872 il capitano di fanteria Giuseppe Perrucchetti di Cassano d'Adda inventò gli alpini. Vien da pensare che gli sian balzati dal cervello, con penna e scarponi, come Minerva dalla fronte di Giove; e vien da pensare che quella sera il cervello del giovane ufficiale dai baffi a spillo fosse felicemente attizzato da qualche bicchiere di graspa.

Gli alpini infatti, da 90 anni in qua, sono qualcosa di più che un reparto di soldati, per quanto benemerito e carico di glorie: sono un meraviglioso e immortale ingrediente del nostro costume nazionale, uno dei più begli amori d'Italia: fra le poche bandiere che il tempo, l'apatia e il conformismo non siano riuscite ad ammainare.

Arriva il 1915; il capitano Perrucchetti, ancora vivo e ormai generale, ha la soddisfazione di vedere i suoi soldati chiamati finalmente ad assolvere il compito strategico per cui gli sbocciarono in testa quella sera: difendere l'Italia sulle Alpi. Quello che l'epopea alpina perde di oleograficamente esotico lo riacquista in crudezza ferrigna di tinte, in fisico acrobatismo d'imprese, fra crode nevi ghiacciai baracchette, in un moltiplicarsi di gesta sublimi ed oscure, a migliaia.
Nasce una nuova mitologia che porta, finalmente, i nomi delle nostre montagne.
Adamello, Cauriol, Croda Rossa, Rombon, Pasubio, Cima Undici, Bainsizza, Grappa; e il Monte Nero, che Monelli saluterà "bella e sfacciata impresa"; e - la più cruenta, tormentosa, furiosa - l'Ortigara.

E si comincia a cantare. "Monte Nero Monte Rosso / traditor della vita mia / ho lasciato la casa mia / per venirti a conquistar...; Te lo ricordi quel mese d'aprile / quel lungo treno che andava al confine?...".

Gli alpini vengono da tutta Italia, diventano soldati e conservano la passione del canto, che è della gente semplice e taciturna. C'è poi quel curioso miracolo filologico che è la lingua delle loro canzoni: che sono valdostane, trentine, abruzzesi, lombarde e friulane; e ne è nato una specie di idioma franco che tiene del veneto e del piemontese, rimpastato e italianizzato senza preoccupazione di sintassi: la lingua del montanaro che viaggia, da soldato come da bracciante o da operaio, e si fa capire, e dopo un po' anche gli altri imitano questo linguaggio povero ed espressivo, adattato via via ai luoghi dove la guerra e le manovre lo portano. Nel fondersi della stirpe questi canti sono divenuti il coro per antonomasia; e se dopo ogni guerra le canzoni ufficiali muoiono quasi tutte, quelle degli alpini non tramontano mai. Sono villotte del paese, ritrovate in caserma nel gruppo dei conterranei; improvvisazioni di tradotta e di marcia;
antichissime arie di mercenari del Cinquecento, di prigionieri;
serenate dei paesi invasi;
tutte assimilate e trasmesse e un giorno trascritte sul rigo della banda del reggimento, dopo che per decenni o per secoli si erano tramandate e affinate a voce;
canti di fatica e di riposo, d'amore e di beffa, di morte e di fedeltà:
ritmati dal suonare degli scarponi o dal tintinnio dei bicchieri;
accompagnati dalle raffiche del vento o dal rombo della cannonata.

Sentir cantare gli alpini che passano ci dà sempre un senso di sicurezza e di maliconia: il presagio della vittoria o della sconfitta. Ma non c'è mai in essi l'odio, la tracotanza, lo spirito guerriero nel senso peggiore: c'è l'amore alla vita, l'accettazione virile - spavalda o rassegnata - il saluto alla bella di chi parte o di chi torna, l'addio alla tomba del compagno, la solidarietà e il senso dell'onore privi d'ogni fronzolo.

E nel pieno del coro si sente il ronzio dei fusi, il coltello dell'intagliatore, il mugghio delle bestie, il fischio della tormenta. Tutto questo affratella, nonchè dividere, non solo gli alpini della Majella e quelli del Cadore, ma anche quelli di qua e di là delle frontiere. E l'alpino con la sua barbaccia, la fiaschetta della graspa, i grossi chiodi alle scarpe, l'alpino delle grandi mani pronte alla pacca festosa sulla spalla dell'amico o sul fianco del mulo, ci appare come un San Cristoforo simpaticone, un eroe che si scuote di dosso questo incomodo appellativo, e che perfino quando è monumentato in pietra o in bronzo non ha gesti oratori: sta lì incappottato, con l'occhio acuto tra le palpebre socchiuse, come aspettasse con uguale semplicità il segnale dell'attacco, la consegna di sentinella, la motivazione d'una medaglia o l'accenno a bocca chiusa d'un coro che presto si spiegherà forte e cadenzato.

"Su pei monti che noi saremo / cogliereno le stelle alpine / per donarle alle bambine / farle piangere e sospirar...". Da Monte Nero a Ta-Pum a Monte Canino;
epica e struggente con quegli avvoltoi che soli accompagnano la marcia dei battaglioni mentre il cuore canta il proprio destino di sacrificio.
"Non più coperte lenzuola cuscini / non più la mamma coi caldi suoi baci / solo si sentono gli uccelli rapaci / e la tormenta e il rombo del cannon".
LUIGI SANTUCCI (1966)