mercoledì 9 gennaio 2013

Il canto popolare alpino viatico di poesia

Quarantotto anni fa si tenne il primo Convegno in difesa del canto alpino a Lecco, l'anno successivo il 24 giugno 1966 al Centro Culturale Brianteo il Coro ANA di Milano tenne un concerto preceduto da un'introduzione di Luigi Santucci (già corista del coro meneghino) intitolata "Il Canto popolare alpino viatico di poesia" che ho ritrovato e che ho trovato interessante per diversi aspetti: l'utilizzo della parola, l'argomentare di alpini senza retorica e soprattutto l'attualità ad un anno dal 140° delle Truppe Alpine e in un momento in cui i tempi forse sono maturi per un nuovo convegno sul canto alpino:

Una sera del lontano 1872 il capitano di fanteria Giuseppe Perrucchetti di Cassano d'Adda inventò gli alpini. Vien da pensare che gli sian balzati dal cervello, con penna e scarponi, come Minerva dalla fronte di Giove; e vien da pensare che quella sera il cervello del giovane ufficiale dai baffi a spillo fosse felicemente attizzato da qualche bicchiere di graspa.

Gli alpini infatti, da 90 anni in qua, sono qualcosa di più che un reparto di soldati, per quanto benemerito e carico di glorie: sono un meraviglioso e immortale ingrediente del nostro costume nazionale, uno dei più begli amori d'Italia: fra le poche bandiere che il tempo, l'apatia e il conformismo non siano riuscite ad ammainare.

Arriva il 1915; il capitano Perrucchetti, ancora vivo e ormai generale, ha la soddisfazione di vedere i suoi soldati chiamati finalmente ad assolvere il compito strategico per cui gli sbocciarono in testa quella sera: difendere l'Italia sulle Alpi. Quello che l'epopea alpina perde di oleograficamente esotico lo riacquista in crudezza ferrigna di tinte, in fisico acrobatismo d'imprese, fra crode nevi ghiacciai baracchette, in un moltiplicarsi di gesta sublimi ed oscure, a migliaia.
Nasce una nuova mitologia che porta, finalmente, i nomi delle nostre montagne.
Adamello, Cauriol, Croda Rossa, Rombon, Pasubio, Cima Undici, Bainsizza, Grappa; e il Monte Nero, che Monelli saluterà "bella e sfacciata impresa"; e - la più cruenta, tormentosa, furiosa - l'Ortigara.

E si comincia a cantare. "Monte Nero Monte Rosso / traditor della vita mia / ho lasciato la casa mia / per venirti a conquistar...; Te lo ricordi quel mese d'aprile / quel lungo treno che andava al confine?...".

Gli alpini vengono da tutta Italia, diventano soldati e conservano la passione del canto, che è della gente semplice e taciturna. C'è poi quel curioso miracolo filologico che è la lingua delle loro canzoni: che sono valdostane, trentine, abruzzesi, lombarde e friulane; e ne è nato una specie di idioma franco che tiene del veneto e del piemontese, rimpastato e italianizzato senza preoccupazione di sintassi: la lingua del montanaro che viaggia, da soldato come da bracciante o da operaio, e si fa capire, e dopo un po' anche gli altri imitano questo linguaggio povero ed espressivo, adattato via via ai luoghi dove la guerra e le manovre lo portano. Nel fondersi della stirpe questi canti sono divenuti il coro per antonomasia; e se dopo ogni guerra le canzoni ufficiali muoiono quasi tutte, quelle degli alpini non tramontano mai. Sono villotte del paese, ritrovate in caserma nel gruppo dei conterranei; improvvisazioni di tradotta e di marcia;
antichissime arie di mercenari del Cinquecento, di prigionieri;
serenate dei paesi invasi;
tutte assimilate e trasmesse e un giorno trascritte sul rigo della banda del reggimento, dopo che per decenni o per secoli si erano tramandate e affinate a voce;
canti di fatica e di riposo, d'amore e di beffa, di morte e di fedeltà:
ritmati dal suonare degli scarponi o dal tintinnio dei bicchieri;
accompagnati dalle raffiche del vento o dal rombo della cannonata.

Sentir cantare gli alpini che passano ci dà sempre un senso di sicurezza e di maliconia: il presagio della vittoria o della sconfitta. Ma non c'è mai in essi l'odio, la tracotanza, lo spirito guerriero nel senso peggiore: c'è l'amore alla vita, l'accettazione virile - spavalda o rassegnata - il saluto alla bella di chi parte o di chi torna, l'addio alla tomba del compagno, la solidarietà e il senso dell'onore privi d'ogni fronzolo.

E nel pieno del coro si sente il ronzio dei fusi, il coltello dell'intagliatore, il mugghio delle bestie, il fischio della tormenta. Tutto questo affratella, nonchè dividere, non solo gli alpini della Majella e quelli del Cadore, ma anche quelli di qua e di là delle frontiere. E l'alpino con la sua barbaccia, la fiaschetta della graspa, i grossi chiodi alle scarpe, l'alpino delle grandi mani pronte alla pacca festosa sulla spalla dell'amico o sul fianco del mulo, ci appare come un San Cristoforo simpaticone, un eroe che si scuote di dosso questo incomodo appellativo, e che perfino quando è monumentato in pietra o in bronzo non ha gesti oratori: sta lì incappottato, con l'occhio acuto tra le palpebre socchiuse, come aspettasse con uguale semplicità il segnale dell'attacco, la consegna di sentinella, la motivazione d'una medaglia o l'accenno a bocca chiusa d'un coro che presto si spiegherà forte e cadenzato.

"Su pei monti che noi saremo / cogliereno le stelle alpine / per donarle alle bambine / farle piangere e sospirar...". Da Monte Nero a Ta-Pum a Monte Canino;
epica e struggente con quegli avvoltoi che soli accompagnano la marcia dei battaglioni mentre il cuore canta il proprio destino di sacrificio.
"Non più coperte lenzuola cuscini / non più la mamma coi caldi suoi baci / solo si sentono gli uccelli rapaci / e la tormenta e il rombo del cannon".
LUIGI SANTUCCI (1966)

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