lunedì 18 marzo 2013

Musica buona per stare insieme

Articolo di Anna Bandettini apparso su Repubblica.it il 18/03/2007

Si ritrovano due, tre volte la settimana. Da Bolzano a Catania, in uno stanzone di Genova, in una sala di Milano, in un oratorio di Matera, ogni giorno una folla anonima di impiegati, professionisti, pensionati, casalinghe e studenti canta per passione. Una curiosa moltitudine di amatori che intona, con regolarità, studio, dedizione e soddisfazione, canti popolari, di montagna, canti degli alpini e arie polifoniche, Il mazzolin di fiori, La Montanara, Monte Canino, Stelutis alpinis ma anche preziosità come i mottetti di Palestrina e Il Vespro della Beata vergine di Monteverdi. La cultura del coro in Italia è viva e diffusa con 2300 complessi, più al nord che al sud, più in Friuli e Lombardia che in Trentino. Stimando 30 coristi per complesso si arriva a circa 70mila persone che cantano. «Molte di più nella realtà - precisa Sante Fornasier, il presidente della Finarco, la Federazione nazionale dei cori - Perché oltre ai cori iscritti alla nostra federazione con tanto di atto statutario e associati regolari, ci sono migliaia di altri cori, scolastici, parrocchiali~ Alla fine si può dire che in Italia a praticare la coralità sia un intero quartiere di Milano, qualcosa come 250mila persone». Dilettanti ma, concordano gli esperti da Massimo Mila a Francesco Guccini, altamente professionali dal punto di vista artistico. L' idea del coro pittoresca e sagraiola, da retrobottega o gita in pullman è una retorica che non regge più. Oggi i cori sono i custodi di un inestimabile patrimonio musicale a rischio di oblio, sia per quanto riguarda la tradizione popolare (canti di lavoro, canti alpini, di montagna, d' amore~) sia per la più ricercata polifonia barocca che i teatri lirici e le sale da concerto hanno abbandonato in favore del melodramma. Lo testimonia la storia di complessi ormai diventati celebri come il Coro della Sat e il Coro della Sosat di Trento, il Coro Ana di Milano, i Crodaioli, la Camerata Corale La Grangia di Torino, il Coro Grigna e, per la polifonia, i Cantori di Santonio, il Coro Eos di Roma, il Cenobium di Piovene, il Vox Cordis di Arezzo, l' Ars Cantica di Milano, Il Peresson di Arta Terme, il Coro Polifonico di Ruda, il Florilegium Vocis di Bari. «I cori di canto popolare, alpini o di montagna, sono il 25 per cento dei complessi, il 12 le voci bianche, il 3-4 per cento gli ensemble di vocal jazz - prosegue Fornasier - Ma ben il 60 per cento sono cori polifonici, misti maschi e femmine, molti dei quali bravi quanto i cori di professionisti. Bisognerebbe far loro un monumento perché mantengono viva una tradizione musicale che all' estero ci invidiano e coltivano, Monteverdi, Palestrina, la scuola napoletana di Gesualdo da Venosta, Scarlatti. La nostra cultura musicale». Anche il canto popolare sfugge ormai al folclore. «Ci sono fior di compositori che hanno armonizzato canti alpini - dice Massimo Marchesotti direttore del coro Ana di Milano - Arturo Benedetti Michelangeli, Bruno Bettinelli, Luciano Chailly, Teo Uselli, Andrea Mascagni, Bruno Sollima, Renato Dionisi». L' esempio più straordinario e celebre lo dà il coro della Sat di Trento, ensemble di esperti incantatori, appena tornato da Praga, per il 31 marzo atteso a Milano (al Politecnico). Nato nel ' 26, sotto la spinta di Luigi Pigarelli a cui si devono ben 94 armonizzazioni, la Sat è stata definita da Mila il Conservatorio dei cori alpini. «La nostra amicizia con Benedetti Michelangeli è iniziata nel ' 36 ed è durata fino alla sua morte nel ' 76 - spiega Claudio Pedrotti l' attuale direttore - Ci ha dato 19 canti, perle come La bella al mulino, La pastora e il lupo. Noi abbiamo avuto la fortuna di aver fatto innamorare molti musicisti, da Giorgio Federico Ghedini a Lino Liviabella. Oggi sono 300 i canti armonizzati editi dalla nostra Fondazione e abbiamo rapporti costanti coi giovani compositori da Mauro Zuccante e Giovanni Veneri e Armando Franceschini». L' aggiornamento del repertorio e lo svecchiamento dei coristi (età media, 38 anni) sono oggi considerate due urgenze. «Canti di guerra, d' amore e storie singhiozzanti allontanano i giovani», dice Marchesotti. «D' altra parte però è su quelle storie che siamo nati - ricorda Pedrotti - Sotto l' impero asburgico, chi non aveva sostentamento veniva mandato in Boemia nei campi profughi. Lì molti trentini hanno imparato il canto corale che poi hanno portato a casa nel ' 18 finita la guerra; canti di altre tradizioni intonati sotto voce perché era vietato, ma non per niente i pianissimi della Sat sono celebrati ancora oggi. Per il piacere di cantare non occorre urlare». Se in passato avevano favorito la nascita dei cori il clima, l' isolamento, i valori della montagna, la Grande Guerra, o la vendemmia, il taglio del fieno stimolavano leggende e canti nelle zone appenniniche e del sud, adesso per rinnovarsi si è più moderni, pragmatici: la Finarco organizza un coro giovanile italiano di 34 ragazzi selezionati da tutta Italia, il festival di Follonica (dal 22 al 25 marzo) per i cori scolastici, un' accademia di 10 giorni a Fano per nuovi direttori di coro, una scuola biennale per compositori ad Aosta. Oppure ci si ingegna: il compositore Giorgio Battistelli ha creato Vijidaes Visioni un' opera corale per due cori maschili, coro misto, ottoni, percussioni e 30 mucche e i cori Sant' Ilario e Coro della Valle sono andati a Sanremo a duettare con Antonella Ruggiero. «Non siamo nuovi alle contaminazioni. Anni fa avevamo coinvolto Giorgio Moroder per armonizzare una serie di leggende trentine raccolte da Mauro Neri. Un successo - racconta Antonio Pileggi del coro S. Ilario - E nel 2003 c' è stata la Messa delle Dolomiti di Veneri a Parma. Fu lì che dopo una prova al Regio, i professori dell' orchestra si alzarono in piedi per applaudire noi dilettanti. Esperienze così ti bastano per tutta la vita». Anche perché di solo piacere si nutre la folla di cantori. «La federazione riceve dallo Stato 135mila euro con cui facciamo tutto: attività didattica, artistica, editoriale più il festival di settembre, quest' anno dal 2 al 9, a Lignano con 5-6mila coristi da tutta Europa. Un ministro accorto ci investirebbe di più», butta lì Fornasier. Immuni da denaro, fama, interessi, dunque snobbati dalla tv, i cori sono un ambiente particolare. «Per entrare in un coro io dico sempre che ci vuole una intonazione buona ma soprattutto un atteggiamento giusto», dice Marchesotti. «Io le prime donne e i Pavarotti non li prendo - avverte Antonio Pileggi - Da noi valgono ancora valori come impegno, modestia, generosità». Resiste, cioè, l' antica e dimenticata civiltà dello stare insieme.