mercoledì 28 novembre 2012

Canti? Meglio se alpini doc

La vita media di un coro è stimabile in 35 anni. Il coro ANA più longevo ha 63 anni, il più giovane forse sta nascendo proprio in questo momento. Il movimento corale è in continua rivoluzione. Arrivare a sessant’anni, così come decidere di avviare un coro oggi presuppone l’avere passione, organizzazione, buone idee. Non è cosa semplice, ogni corista deve sapere gestire prove, lavoro e famiglia. Tra i cori più attivi gli impegni arrivano ad essere anche un centinaio all’anno. Organizzazione, gestione e professionalità. Scelta dei repertori, studio musicale, approfondimenti sui canti. Il tutto a livello amatoriale certo, ma con l’intento di riuscire ad offrire spettacoli di livello professionistico. Gli alpini cantano da sempre, ma in montagna i primi cori (Coro SAT nel 1926) si erano già formati da tempo quando a Milano, dove aveva ed ha sede l’ANA Nazionale, viene fondato il Coro ANA di Milano. Era il 1949 e da subito il neonato coro si allinea ai dettami del coro SAT salvo poi assumere una propria identità interpretativa e di produzione musicale che lo ha sempre caratterizzato. Rileggendo le cronache del tempo è chiaro come si parlasse di due epigoni: Coro SAT per il canto popolare e di montagna e Coro ANA di Milano per il canto alpino. I cori ANA iniziano quindi a prendere forma. Realtà corali ancora oggi forse meno note al grande pubblico, ma veri e propri talenti che crescono in seno all’ANA. Da una ricerca effettuata consultando gli archivi delle varie associazioni corali italiane risulta che su circa 500 cori maschili in attività, più di un quinto (140 circa) sia sotto egida dell’ANA. Significativo e straordinario. Il coro è di fatto, una grande risorsa culturale e associativa alpina di gruppi e sezioni. Con una media di 25 coristi per coro, si può ipotizzare che oltre 3500 soci ANA facciano parte di una formazione corale. Le qualità artistiche dei nostri cori in alcuni casi protendono all’eccellenza, per ricerca nel campo dell’etnomusicologia, per capacità compositiva ed interpretativa. Attingendo dall’ormai vasto repertorio dei cori ANA qualunque realtà corale oggi potrebbe formare un repertorio di canti popolari, d’autore, di montagna e degli alpini senza essere costretto ad uscire dal contesto ANA. Forse ciò che manca è un pizzico di coscienza corale collettiva. Le opportunità di diffondere le nostre storie, la tradizione alpina, i fondamenti associativi, sono possibili anche attraverso le capacità dei nostri cori ANA. Dopo il convegno di Lecco del 1967 in “difesa del canto alpino” non sono stati pensati ulteriori momenti di condivisione di così grande richiamo. Oggi, molti, troppi canti in maniera superficiale vengono definiti “canti degli alpini”. Per opportunità, non per demeriti di chi compone o del genio armonizzante degli autori, piuttosto per la superficialità e per l’equivoco generato da chi, proponendo il canto, è poco propenso o interessato ad approfondirne i contenuti. La salvaguardia del canto alpino, bene inestimabile, genere definibile e troppo poco definito correttamente, parte anche da queste piccole cose. I cori cantano e hanno voglia di farlo, qualsiasi cosa a dire il vero, certo solo canti alpini sarebbe impensabile. Tuttavia in un momento molto difficile della nostra storia, nella sostanza delle nostre proposte si potrebbe cercare di fare meglio, partendo dal prestare più attenzione a ciò che si canta, approfondendone la storia. In ultimo un consiglio per chi ha già sentito un coro, e anche per chi non lo ha mai fatto. Recatevi presso il vostro gruppo o sezione, chiedete di assistere alle prove (quasi sempre aperte al pubblico) o ai concerti del vostro coro ANA. Ovunque siate ascoltate le storie che hanno da raccontare i nostri cori, sono le storie delle nostre regioni, delle nostre montagne, dell’animo umano e di tutti noi alpini. Alpinità dopotutto è anche fare parte di in un coro, possibilmente coro ANA.

Articolo di Ivan Fozzer su "L'Alpino" - Mensile dell'ANA - N.10 - 2012 Novembre

lunedì 19 novembre 2012

Parlando di: Ninna Nanne

A volte ci si trova a scambiare opinioni sui canti, sui repertori e sulle definizioni del genere a cui un canto può appartenere. Ognuno con il suo punto di vista. Vorremmo inaugurare una rubrica per il blog "Parlando di..." occupandoci in questa occasione di Ninna Nanne, per non accontentarci delle definizioni superficiali, cercando (se possibile) di andare un poco più a fondo nei concetti.

Alla voce Ninna Nanna (canto) di Wikipedia viene riportato: "Una ninna nanna è una melodia rasserenante che viene cantata ai bambini per farli addormentare. L'idea alla base della ninna nanna è che un canto eseguito da una voce familiare induce i bambini ad addormentarsi. (...) Ninna nanne si trovano nella cultura popolare di tutti i popoli. (...) La Commissione Europea ha creato il progetto Lullabies of Europe per raccogliere tutte le ninna nanne nelle diverse lingue della Comunità per preservarne il patrimonio culturale". Le finalità del progetto Lullabies of Europe: "Ogni paese europeo ha la sua cultura di ninnananne ma questo progetto vi permette di attraversare lo spartiacque culturale e cantare e suonare altre meravigliose ninnananne nella vostra casa. Bambini molto piccoli che ascoltano queste canzoni, le ricorderanno quando incominceranno ad imparare lingue straniere. Studi sulle ninnananne dimostrano che la loro funzione non è soltanto quella di indurre un infante al sonno. Esse offrono ai bambini un’opportunità di crescita e di sviluppo e promuovono il rapporto affettivo tra genitori e figli".


Tuttavia, Roberto Leydi ne' "I Canti Popolari italiani" edito da Mondadori nel 1973 sostiene: "Questi canti non assolvevano soltanto al compito di quietare e addormentare i bambini, ma anche a quello di avviare il processo di inculturazione del nuovo nato (e inculturazione non soltanto musicale). Attraverso la ninna nanna, poi, era offerta alla donna un'occasione di sfogo non altrimenti possibile all'interno della società contadina tradizionale. Ciò spiega in parte perché tanto spes­so le ninne nanne, contro l'opinione corrente, non abbiano testi lieti e sereni e musicalmente si connotino come veri e propri lamenti,anche disperati".

E anche Giuseppe Vettori ne' "I Canti Popolari italiani" edito da Newton del 1975: "Cullando il bam­bino, la madre parla quindi talvolta della sua condizione di donna, og­getto della scelta altrui; oggetto di desiderio ma esposta al naturale destino di sedotta-abbandonata, con il matrimonio come unica possibile sistemazione da guadagnare con il silenzio, la rassegnazione alla miseria e alla sottomissione, la bravura nelle occupazioni femminili, la condanna ai lavori domestici e alla totale dedizione alla cura del bambino stesso (...). In altri casi l'accento è posto soprattutto sulla miseria, sulla fame, sul necessario che manca. Quasi sempre, comunque, la ninnananna ha una funzione di istruzione del bambino, di accostamento ai costumi, ai valori, alla realtà della vita".

Nella presentazione del canto "En co' de l'era" di Massimo Marchesotti: "Va tenuto presente che la ninna-nanna costituisce, dove è ancora in uso, il primo elemento dell'inculturazione musicale del bambino, che proprio dalla voce della madre apprende il patrimonio comunicativo che appartiene alla sua comunità e alla cultura del suo gruppo. E' stato più volte osservato che questo tipo di canto assolve in realtà una duplice funzione: addormentare il bambino e offrire alla madre un'occasione di sfogo. Cogliendo l'occasione della ninna-nanna molto spesso la donna, che in una società di tipo patriarcale non ha altro modo di denunciare la sua situazione se non con il canto, dà sfogo ai suoi sentimenti che, dalla dolcezza, dalla tenerezza passano facilmente al lamento, ai suoi sogni svaniti, alle sue frustrazioni".

Oggi, la Ninna Nanna viene riconosciuta come mezzo pedagogico educativo per lo sviluppo del bambino e della propria sfera affettiva. Ma non è sempre stato così o meglio non è sempre e solo così. In origine la Ninna Nanna aveva ben altri scopi. Molte, se si ascolta attentamente, mantengono nei suoni e nei testi, un senso di tristezza mista a rassegnazione, comunicando a tratti stati d'animo ben differenti da quelli di dolcezza e amore. Cercando di approfondire la materia, ci siamo imbattuti nel blog Materterra nel quale ci si interroga sull'origine del termine. La "Ninna Nanna" viene considerata una preghiera ad antiche divinità pagane di popolazioni Babilonesi e Sumere. Tant'è che una nota leggenda sarda narra la storia di un certo "Nannai", proprietario di un carro talmente rumoroso da riprodurre il rumore dei tuoni. La leggenda è di uso comune tanto che ancora oggi, all'arrivo di un temporale si usa dire: "Si sta avvicinando il carro di Nannai". In sardo antico con il termine nannai vengono identificati i nonni e ancora attualmente è viva l'usanza di chiamare "Nonna" la madrina di battesimo. Particolare che "Nannai" sia assonante al nome di "Inanna" che veniva considerata dai Sumeri divinità delle acque e della luna. Inanna era anche la divinità della fertilità e dell’amore passionale che, portatrice del carro della luna (come Nannai) e governatrice delle acque e della pioggia, è stata nel corso del tempo identificata con la babilonese "Ishtar" e la romana "Venere". In altri casi con "Diana" in altri ancora era la figlia del "Dio della luna" ovvero Sin (in babilonese) conosciuto anche come "Nanna" (in Sumero). Inanna, Nanna e Nannai quindi le divinità da cui potrebbe derivare il termine "Ninna Nanna". Una preghiera pagana a "Luna e Venere" per la protezione dei bambini che nel tempo si è trasformata nella forma a noi tutti nota di melodia rasserenante per la buona notte.

Ivan Fozzer
coritalitysta

mercoledì 14 novembre 2012

Io c'ero: collabora con coritality

Quasi ogni giorno in Italia viene presentato un concerto di cori alpini, di montagna o popolare. In questo momento certamente, da qualche parte un maestro sta pensando, preparando o presentando una scaletta di brani per il proprio coro. Dedicando molto del proprio tempo alle finalità dello spettacolo, del concerto.

Purtroppo, tranne in rari casi accadrà che finito il concerto, passato qualche giorno, di tutta questa preparazione nulla o quasi rimarrà nella mente di chi ha ascoltato, se non soltanto (e non è poco) la capacità canora del coro. Passeranno quindi dietro le quinte, nel secondo piano della memoria quei sottili "fili rossi" che invece hanno mosso e accompagnato la scelta del repertorio dello spettacolo, iniziando dal titolo, terminando con i bis. Ma noi sappiamo, che nulla è mai lasciato al caso.

Se sei un assiduo frequentatore di concerti o più semplicemente canti in un coro e trovi che il programma appena presentato dal tuo coro sia stato tanto interessante che valga la pena di essere raccontato, scrivici.

Non scriveremo di quanto siano bravi i cori a livello canoro, perché sappiamo già essere tutti bravissimi. Vogliamo lavorare ad una rubrica che possa esplorare e fare conoscere le scelte musicali, i programmi, l'atmosfera, i dietro le quinte ai concerti.

Talvolta capita di trovare canzoni che ci colpiscono al primo ascolto, ma che iniziamo a comprendere meglio dal secondo in poi. Diamo questa possibilità anche ai concerti dei cori che, per natura (a meno di registrazioni e incisioni dal vivo) sono unici e irripetibili. Vogliamo che i concerti dei cori non rimangano solo un momento di svago "passeggero", ma occasione di condivisione e discussione a partire dal momento in cui il concerto finisce.

Invia la tua recensione del concerto a cui hai recentemente assistito all'indirizzo

coritality@gmail.com

allegando il programma di sala, senza dimenticare le tue impressioni personali sullo spettacolo.
Hai intenzione di assistere ad un concerto di cori prossimamente e ti piacerebbe farne una recensione, contattaci.

Diventa inviato ai concerti di coritality.
Verranno pubblicate le migliori recensioni.

Coritality Team

lunedì 5 novembre 2012

Coralità alpina: cos’è?

Riportiamo integralmente lo scritto di Sergio Piovesan del Coro Marmolada di Venezia, una delle formazione corali con più esperienza nel panorama nazionale. Nel 2005, Sergio, scrisse su http://sp1938.blogspot.it un interessante articolo in merito alla "Coralità Alpina" prendendo spunto da quanto pubblicato su alcuni numeri de "L'Alpino" Mensile dell'Associazione Nazionale Alpini.

"Navigando in internet, mi sono imbattuto nel sito dell'ANA (Associazione Nazionale Alpini) e, in particolare, nella sezione denominata 'Coralità alpina' il cui indirizzo, per chi fosse interessato ad approfondire, è il seguente: http://www.ana.it/page/il-dibattito-sulla-coralit-agrave--2009-07-13
Ovviamente, mi sono letto tutti gli articoli (ben sedici) nei quali sono espressi diversi pareri, sia di 'esperti' (maestri, coristi), sia di alpini, per lo più legati ai moduli di canto 'alpino', modulo che in tanti hanno tentato di definire senza, secondo me, riuscirci, anche perché non esiste. Cosa si intenda per voce 'maschia', concetto ribadito in alcuni interventi, non è molto ben chiaro; a mio parere, dopo parecchi anni di esperienza corale, durante i quali ho avuto modo di ascoltare anche dei cosiddetti cori 'alpini', la voce 'maschia' è quella, a volume elevato. L'importante è farsi sentire, non importa come e non importa se intonati o meno. Questo, per qualcuno è il canto 'alpino'. Ma poi, esiste veramente il canto 'alpino'? Bisogna ricordare, per l'ennesima volta, che il nostro modo di cantare discende da 'un'invenzione dei fratelli Pedrotti' (De Marzi) che fondarono un coro cittadino e quindi non 'di montagna' né tanto meno 'alpino'. Nell'intervento di Renato Amedeo Buselli, direttore del coro 'ANA San Zeno di Verona', l'autore ricorda il libro dell'ex presidente nazionale dell'ANA, Caprioli, dal titolo 'Cantavamo Rosamunda'; è 'Rosamunda' un canto 'alpino'? No ovviamente, come non lo è 'Mira il tuo popolo o Bella Signora' che, Bepi De Marzi, citando alcuni reduci della campagna di Russia, ricorda che veniva cantato dagli alpini sulle rive del Don. Gli alpini cantavano in coro, con le mani dietro la schiena, a quattro voci? Ovviamente no! Si trattava, invece, di canti monodici delle loro contrade, spesso di argomento amoroso ed accompagnati da uno strumento. Ed allora, perché questo accanimento nel rispolverare un 'canto alpino' che non è mai esistito? Forse la nostalgia di qualche anziano; non vedo altri motivi. Perché criticare le armonie a più voci, raffinate ed affinate, che certi cori riescono ad eseguire suscitando nel pubblico ammirazione ed anche entusiasmo? Perché voler insistere che quando il pubblico sente intonare dei 'canti alpini', 'cantati alla maniera semplice' (cosa sia la maniera semplice non si sa) solo allora si entusiasma? Perché insistere che non si deve cantare 'Funiculì, funiculà' perché non è una canzone alpina? Secondo me certi personaggi sono pervasi da 'razzismo canoro'! Solo quei canti (quelli 'alpini') hanno valore e devono essere cantati ed anche nel modo voluto da loro. Tutto il resto, anche se non lo dicono, non ha valore. Un sacerdote scrive, fra l'altro,: 'Non è pensabile eseguire brani nati in trincea, tra il fango e la mitraglia, con la leziosità di armonizzazioni che nell'esperienza popolare assolutamente non esistono: il coro alpino non è un coro di monache e nemmeno il coro della cattedrale: dev'essere coro virile, deciso, spontaneo e naturale; anche le armonizzazioni a quattro voci pari, con tutto il rispetto dei grandi maestri che le hanno approntate, si rivelano spesso artefatte, stucchevoli e fasulle, giacché spontaneamente, nessuno, a meno che abbia fatto studi di armonia in conservatorio, è in grado di creare tali armonizzazioni.'  Ma chi lo dice che i canti sono nati 'tra il fango e la mitraglia'? E cosa vuol dire 'naturale'? Per fortuna, più avanti, sempre lo stesso sacerdote, ammette che con il suo coro di 20 elementi 'non fa concerti altolocati'!!! Scrive un certo Rodolfo Gallazzi, un alpino non appartenente al mondo dei cori: 'E in una Italia che sta rinunciando alla propria identità storica, culturale e religiosa (grazie a tanti nostri politici e a tanta parte del clero) non sento il bisogno che anche noi ci si allinei a questa cultura rinunciataria. Non è che tra qualche mese verranno inseriti in repertorio anche canti arabi per essere ancora di più in linea con la cultura multietnica?' Evidentemente la 'cultura' leghista ha fatto breccia anche nel cuore di qualche alpino. Se il canto arabo è bello, perché rinunciare a cantarlo? Solo perché non è alpino? Ma per fortuna non tutti gli alpini sono di questo stampo, ed allora il già citato Renato Amedeo Buselli, del quale condivido tutto il suo intervento, risponde: 'Pertanto se un coro desidera cantare 'Funicolì funicolà' e 'La Madunina' le canti pure e perché no? anche canzoni arabe, basta che piacciano. Sono perfettamente d'accordo con il direttore del coro ANA della sezione di Milano Massimo Marchesotti, il quale dice che un coro alpino o non alpino deve cantare e l'impegno dei coristi e del direttore è far cantare e cantare bene.'
Quindi, usando un termine militare, la parola d'ordine è: 'CANTARE BENE', ovviamente non nel modo voluto da certi alpini!" di Sergio Piovesan.

Sono passati alcuni anni. Il modo di cantare è mutato, non più solo "maschie" vocalità, ma più "colori" anche tra i cori alpini. Fortunatamente abbiamo incontrato cori più preparati di un tempo a livello vocale, forse per una netta tendenza di riscoperta del genere, la nascita di nuove formazioni corali e maestri sempre più competenti. Cantare bene oggi è più traguardabile. Tuttavia mi troverei spiazzato nel sentire cantare "Monte Canino" da un coro gospel, come un canto arabo (prevalentemente femminile) da un coro alpino, ma condivido assolutamente la motivazione della provocazione di Sergio. Ogni coro dovrebbe essere vestito con l'abito più appropriato, concedendosi certo divagazioni sul tema senza rimanere troppo legato ad un clichè, senza perdere la propria identità, semmai ricercandone una propria. Importante "sapere cantare bene" e "sapere bene cosa cantare", il futuro del canto corale è la storia dei canti. Presentarsi ai concerti con programmi sempre più accattivanti per la forma, senza trascurarne i contenuti, è necessario. Arriveremo altrimenti "al piattume" ad essere cori replicanti, che un giorno canteranno brani di cui si ricorderà solo titolo e armonizzatore, ma non i motivi per i quali questi canti sono stati scritti e come sono arrivati a noi. Chi li ha scritti se ne esiste traccia, e perché lo ha fatto. Questo, non solo per i canti popolari, ma anche per i canti d'autore, i canti di guerra e i canti di lavoro e per quel canto che ancora non è stato scritto. Partendo sicuramente dalla definizione del genere, dallo scoprire se effettivamente quanto cantiamo sia, popolare, di guerra o alpino... e se si possa definire tale, perché in guerra seppure talvolta sull'aria di canti popolari preesistenti qualche canto ideato dagli alpini, dai bersaglieri, dai soldati, c'è stato... ma di questo parleremo in altra occasione. Cantiamo pure di tutto quindi e facciamolo liberamente, ma proviamo a porci l'obiettivo della riscoperta, se possibile badando anche ai contenuti e non solo alla forma.
Questa potrebbe essere la nuova "Coralità Alpina".
Ivan Fozzer
coritalitysta